Presenza

Se la parola chiave dell’Avvento era “Attesa”, quella del Natale è “Presenza”. La parola che ascoltiamo durante la liturgia di Natale, infatti, ci raggiunge e ci annuncia che tutte le promesse e le attese dell’avvento trovano il loro compimento: “Oggi è nato per voi un Salvatore“, “Oggi la luce risplende su di noi”, “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato”.

Dio è venuto, è qui. Noi siamo chiamati, a contemplare in tutto il suo splendore il volto stesso di Dio.

Ma quale volto? Quale volto di Dio ci è rivelato a Natale? Quale volto di Dio hanno contemplato Maria, Giuseppe, i pastori, i Magi? Quello di “un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia” (Lc 2,12), sinonimo di cosa se non di fragilità?

Un attributo che, a dire il vero, potrebbe apparire sconcertante e persino contraddittorio rispetto all’immagine consolidata, nel nostro modo di pensare Dio capace di dominarsi e dominarci, impassibile e giusto, e che invece ce lo rivela capace di mettersi in gioco, non insensibile ma vulnerabile, cioè disposto a lasciarsi ferire, a mettere in gioco tutto sé stesso nella relazione con l’altro da sé, con chi è di per sé fragile, limitato e persino capace di rifiuto e di chiusura (cf. Gv. 1,11).

È proprio questo che ci sorprende contemplando con la mente e con il cuore il bimbo deposto nella povertà della mangiatoia, tra Maria e Giuseppe: egli, la parola di Dio che, dal principio, era presso il Padre, la parola di Dio, che è Dio in Dio, si è fatta carne (cf. Gv.1,1 14), è entrata cioè nel limite e nella fragilità della creazione e dell’uomo.

Quanto è densa di mistero – e cioè di luce e di vita eccedenti ogni comprensione e desiderio – la fragilità di quel Bimbo! Il Figlio unigenito del Padre, colui per mezzo del quale, nel quale e in vista del quale sono state create tutte le cose (cfr. Col.1,16).

Una cosa è certa: questa irrefragabile fragilità di Gesù è la finestra che apre il nostro sguardo sull’intimo mistero di Dio che si squaderna nella storia, come se – per dirla con Lutero – la sua potenza si manifestasse nel suo contrario, cioè nella sua estrema debolezza.

A ben guardare, l’esperienza della fragilità, che ben conosciamo, se letta con gli occhi di Gesù, ci avvicina a Dio.

Allora è questa la buona notizia che a Natale è annunciata a noi malati di perfezionismo, banditori di ogni insufficienza e debolezza: che forse la vita sta proprio lì, nell’imparare “l’arte di essere fragili”, nel lasciarsi prendere in braccio, senza nascondere di aver bisogno che qualcuno ci ami così come siamo “invincibilmente fragili e imperfetti” (A, D’Avenia). Anzi, che è l’unico modo per sperimentare l’amore?

 

Sorelle Clarisse di Montagnana